Elvia Maria Letizia GIUDICE

Professoressa associata di ARCHEOLOGIA CLASSICA [ARCH-01/D]

 

Curriculum sintetico di Elvia Maria Letizia Giudice

Ha ottenuto il dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Perugia, specializzandosi nel campo dell’iconografia vascolare.

dal 1 novembre 2021 ricopre  il ruolo di professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell’Università degli Studi di Catania.

è docente di Archeologia di storia dell'arte greca e romana e di Ceramografia classica 

ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale (ASN) alle funzioni di professore universitario di prima fascia per il Settore Concorsuale 10/A1 “Archeologia”, in cui è ricompreso il SSD L-ANT/07 in data 05/06/23 (valida fino al5-6-2034)

È stata vincitrice di numerose borse di studio per titoli ed esami, che le hanno consentito di condurre le sue ricerche presso il Beazley Archive di Oxford e presso l’American School of Classical Studies di Atene. Nell’anno 2020 è risultata vincitrice della fellowship Trendall, bandita dall’Università di Melbourne.

Dal 2014 è responsabile scientifico dell’Archivio Ceramografico dell’Università di Catania. In qualità di responsabile scientifico dell’Archivio Ceramografico dell’Università di Catania, ha partecipato dal 2016 al 2025 alla Notte dei Musei, ed alla "Vie dei Saperi" (2018) con esposizioni relative al rapporto fra “Immagini vascolari e tragedia”, al “Viaggio dei vasi”, al “Rapporto fra scultura e immagini vascolari”.

Dal 2014 è direttrice dello scavo del santuario ellenistico di Apollo a Toumballos e della basilica paleocristiana a Nea Paphos (Cipro). Scavo finanziato con fondi del Ministero degli Esteri (Mae).

Da 2016 è membro dell’Archaeological Institute of American Society for Classical Studies (Pottery Section).

Dal 2017 è membro dell’Archaeomusicology Interest Group (AMIG) of Archaeological Institute of America.

Dal 2017 è co-responsabile dello studio e dell’edizione critica delle ceramiche attiche a figure rosse della collezione museale Jatta di Ruvo. Incarico attribuito dalla commissione italiana del Corpus Vasorum Antiquorum, Unione Accademica Nazionale.

È responsabile per conto del Department of Antiquities of Cyprus del coordinamento generale della pubblicazione dei reperti archeologici provenienti dall’ipogeo di età ellenistico-romana e dalla basilica paleocristiana nell’area del santuario di Apollo a Toumballos (Paphos, Garrison’s Camp).

È membro del comitato scientifico della collana “Corpus delle stipi votive”, edita da Giorgio di Bretschneider , direttore prof. Lucio Fiorini.

È membro del comitato scientifico della collana “Studi Miscellanei di Ceramografia greca”, edita dall’Archivio ceramografico dell’Università di Catania, direttore prof. F. Giudice.

È membro del comitato scientifico della collana editoriale “Paphia. Collana di studi della Missione Archeologica Italiana a Nea Paphos” (Codice della collana E243600).

Dal 2015 membro del comitato scientifico della collana editoriale “Paphia. Collana di studi della Missione Archeologica Italiana a Nea Paphos” (Codice della collana E243600).

Dal 2017 ad oggi ha stipulato con il Museo Archeologico Jatta di Ruvo di Puglia una convenzione per lo studio dei vasi attici della collezione Jatta.

Dal 2019 ad oggi ha stipulato con il Museo Archeologico di Reggio Calabria una convenzione per lo studio dei frammenti post Beazley provenienti dal Persephoneion di Locri Epizefiri

Dal 2026 è membro del comitato di gestione del Centro teatrale universitario (CUT)

È membro del Gruppo di gestione di assicurazione della qualità del corso di laurea magistrale in archeologia dell’Università di Catania

È membro del Gruppo di gestione di assicurazione della qualità del corso di laurea magistrale in Storia dell'arte e Beni Culturali dell’Università di Catania

 Ha preso parte a numerosi convegni nazionali e internazionali.

 

Ultimo aggiornamento: 18/02/2026

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L’attività scientifica della sottoscritta verte su quattro nuclei tematici principali:

 

 

1)Lo studio di tipo iconografico ed iconologico, che ha avuto per oggetto documenti ceramici e scultorei dell’arte greca e romana, ed è stato condotto con un’analisi di tipo interpretativo mirata ad individuare i contenuti ed i messaggi che essi veicolavano, ampliando in alcuni casi la prospettiva all’ambito etrusco, che, come è noto, è fortemente “impregnato” di iconografie elleniche. I monumenti oggetto di indagine (ceramica attica figurata, glittica romana ed etrusca, scultura greca, rilievi votivi) sono stati valutati sia in rapporto al contesto storico-politico, che con un continuo e costante rimando all’ambito letterario e, in particolare, al teatro attico secondo un approccio interdisciplinare che coniuga archeologia e filologia. Senza voler forzare l’interpretazione, appare in molti casi evidente come entrambi i media ossia arte visuale e letteratura si facciano interpreti della medesima realtà, il mito, problematizzandolo o, quanto meno, testimoniandone un dibattito in atto.

 

 

2)Attività di scavo e studio delle strutture ellenistico-romane del santuario di Apollo a Toumballos a Nea Paphos (Cipro) e della basilica paleocristiana ad esso sovrappostasi nel momento della chiusura dei culti pagani, studio tipologico delle ceramiche sigillate ellenistiche, romane e tardo-romane prodotte nel Mediterraneo orientale e nell’Africa occidentale in Età Ellenistica e Romana, rinvenute nel santuario e nella basilica.

Le ricerche condotte hanno messo in luce un’organizzazione urbanistica dell’area strettamente legata all’evolversi della situazione storico-religiosa della città a partire dalla sua fondazione (intorno alla metà del IV secolo a.C.) sino al suo abbandono verso la metà del VII secolo d.C. 

Momento cruciale della sua definizione urbanistica è quello relativo agli anni della transizione dalla religione pagana alla fede cristiana: l’editto di Teodosio (391-392 d.C.), che collocava fuori legge i culti pagani comportò una rifunzionalizzazione di tutta l’area che in epoca ellenistico-romana era stata sede di grandi santuari ipogeici e che si trasformò, almeno in parte, in area abitativa.  

Lo scavo ha consentito di accertare che le strutture pagane, probabilmente adibite al culto di Apollo, Artemide, Asclepio,  non sono state abbandonate, ma piuttosto riutilizzate e, potremmo dire, riadattate alla nuova realtà sociale, economica, cultuale e alle esigenze pratiche di una comunità ormai cristianizzata, che impiantò in quest’area un edificio di culto, edificato immediatamente ad Est dei santuari ipogeici, alla fine del IV secolo d.C., come documenta il rinvenimento, nello strato di fondazione del muro perimetrale settentrionale della navata centrale, di una moneta bronzea di Valentiniano II, Teodosio I, Arcadio (?) del 383-392 d.C., ed inoltre un quartiere residenziale, costituito da grandi domus – almeno due quelle finora identificate – da datare pochi anni dopo, agli inizi del V secolo d.C.   Una scelta logistica, questa, che riteniamo sia frutto non soltanto di ragioni pratiche – l’ampia disponibilità di blocchi squadrati, e, più in generale, di materiale lapideo da riutilizzare – ma che, probabilmente, fu determinata da una precisa volontà di affermare con forza la nuova religione cristiana in un luogo che da secoli era, invece, simbolo della devozione pagana.

La basilica costruita sulle strutture di età ellenistica, che  in parte oblitera o demolisce per ragioni strutturali, ma, soprattutto, per esigenze cultuali e, in parte, più raramente, riutilizza, presenta un’icnografia piuttosto rara ed insolita: la navata centrale è chiusa ad Est da due absidi concentriche che isolano e inglobano un piccolo vano -una cripta sarebbe più esatto definirla- che, evidentemente, rivestiva una posizione di rilievo nel culto, all’interno del quale si è rinvenuto un set di vasi (una lucerna, una ciotola, un boccale, un’anfora purtroppo frammentaria, di cui si conservano il collo ed una delle anse) posto a memoria di un Santo, Sant’Ilarione, che è stato possibile individuare grazie ad un‘attenta lettura della vita dell’anacoreta ad opera di San Girolamo, che testimonia come il Santo palestinese, giunto dalla Sicilia a Paphos, in quel periodo devastata da rovinosi terremoti, si sia stabilito in un primo momento nell’area del tempio pagano dove predicò e da dove scacciò i demoni: significativo, al riguardo, anche il rinvenimento di un’iscrizione in cui è possibile leggere  RION. Non siamo in grado di documentare una continuità di frequentazione del sito tra il VII ed il XII secolo d.C. - un arco cronologico piuttosto ampio, durante il quale l’area fu abbandonata e resa deserta dalle incursioni arabe del VII sec. d.C., che spinsero la comunità cristiana a lasciare i siti costieri e a trovare rifugio nelle zone collinari dell’isola.  Esplorazioni sulla collina sovrastante l’area santuariale, a ridosso delle mura urbiche settentrionali, hanno, invece, messo in luce i resti di una torretta d’avvistamento, i cui vani erano ricoperti dagli esiti di un consistente crollo, da attribuire ad un evento traumatico, quasi certamente un terremoto, che ne aveva completamente ricoperto la pavimentazione. Sotto le macerie è stato rinvenuto, insieme con materiali databili negli ultimi decenni del XII secolo d.C., una notevole quantità di ceramiche tardo-medievali, riconducibili prevalentemente al XV-XVI sec. d.C., sigillate al di sotto dello strato di crollo insieme con una moneta veneziana del doge Gerolamo Priuli, che ha consentito di datare l’evento nel XVI secolo d.C., momento del definitivo abbandono del sito. 

 

 

3)Un altro ambito di ricerca percorso è quello relativo al rapporto, potremmo dire, semantico tra le realtà santuariali e la ceramica attica, con particolare riferimento al Persephoneion di Locri Epizefiri. Dallo studio dei circa 1500 vasi e frammenti ancora inediti, provenienti dal Persephoneion di Locri Epizefiri -di cui si è pubblicato un primo volume (pp. 1-376, a cura dell’Unione Accademica Nazionale, Accademia dei Lincei), relativo ai frammenti Beazley ed è in corso di preparazione il secondo dedicato alle ceramiche post-Beazley- sembra affiorare in maniera evidente, da parte dei dedicanti, un tentativo di selezione delle immagini oltre che delle forme vascolari funzionali all’adempimento dei rituali sacri. Dall’analisi, infatti, dei soggetti su di essi dipinti emerge la possibilità che l’ideologia religiosa del santuario, e, forse, l’intera topografia sacra di Locri potrebbero avere, in qualche modo, condizionato le scelte degli acquirenti/devoti, che, fra le decine di oggetti e iconografie disponibili sulle navi, che percorrevano la rotta ionico-tirrenica alla volta dei ricchi mercati campani ed etruschi, sceglievano quanto era più consono alla loro cultura e alle loro esigenze rituali. Alcune ceramiche, infine, che si distinguono per il loro pregio e la particolare ricercatezza, evidenziata, peraltro, dalla rara tecnica a fondo bianco in cui sono stati realizzati, potevano, invece, fungere esclusivamente da anathemata, e sono per noi indicative dell’alto status sociale ed economico dei dedicanti.

 

4) Un ulteriore campo di indagine è quello relativo allo studio della Collezione Jatta di Ruvo di Puglia -affidataci per la pubblicazione dall’Accademia dei Lincei- la quale ci riporta all’ambito Magno-Greco e in particolare alla Peucezia. Lo studio delle ceramiche, condotto in prima istanza sul versante della filologia vascolare e dell’iconografia-iconologia, ci ha indotto ad ampliare l’indagine ai problemi relativi alla rotta di distribuzione della ceramica attica in area occidentale con il conseguente inquadramento delle stesse nella dinamica delle vicende storiche, economiche e commerciali. Inoltre, l’analisi dei soggetti di questi vasi, destinati eminentemente a ricche sepolture, che gli acquirenti Peuceti sembrano aver privilegiato tra quanti transitavano lungo la rotta adriatica, costituisce una chiave di lettura che ci permette di accostarci ai codici dell’aristocrazia peuceta, la quale, nelle immagini che decoravano gli esemplari selezionati, doveva in qualche modo rispecchiarsi. Se, infatti, per molti aspetti le sepolture apule dal VI al IV secolo a.C. riflettono una società saldamente ancorata alle proprie tradizioni, per quel che riguarda le tecniche di combattimento, l’abbigliamento o anche la tipologia delle sepolture è innegabile, tuttavia, che i Peuceti si compiacquero di ostentare una particolare predilezione per le ceramiche attiche dipinte oltreché una buona conoscenza del patrimonio mitico ed iconografico greco. Certamente predominante, fra le figure mitiche e divine, è Dioniso con il suo thiasos di Satiri e Menadi, né sono assenti immagini del simposio divino del figlio di Semele con la sposa Arianna. L’insistente presenza del dio del vino, anche a vantaggio delle più generiche scene col carro o di quelle simposiache, suggerisce, da parte degli acquirenti dei vasi, una lettura in chiave religiosa e dunque salvifica di questi vasi, di cui è certa la funzione funeraria. Fra gli eroi, si distingue, in primo luogo, Eracle, eroe protomystes dei Misteri Eleusini, ma anche figura che più di tutti incarnava nella sua vicenda mitica il percorso iniziatico verso il conseguimento della dimensione immortale. Né mancano scene di thysiai, di agoni atletici, di monomachie, anche eroiche, in cui i nobili gene magnogreci dovevano riconoscersi.   

DataStudenteArgomento della tesi
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