ANCILLA
Analisi della Negoziazione Collaborativa e Indagine sul Lavoro Letterario Allo-autoriale
Durata: 2026 - in corso
Descrizione progetto
ANCILLA muove da un paradosso. Negli ultimi decenni il post-strutturalismo, la critica femminista e la sociologia del lavoro hanno decostruito il mito dell’autore solitario; tuttavia, la critica genetica continua spesso a ricostruire la creazione letteraria come una sequenza lineare, centrata su una sola mano e orientata verso l’opera finale. In questa prospettiva, i manoscritti vengono trattati come testimoni transitori, non come luoghi in cui la scrittura è materialmente negoziata fra più agenti, supporti, media e forme di autorità. Tale inerzia metodologica è particolarmente evidente nel modernismo, a lungo associato al genio individuale, ma in realtà attraversato da pratiche distribuite di trascrizione, annotazione, riordino, revisione e mediazione editoriale.
Il progetto intende ripensare la critica genetica come studio della testualità relazionale: l’intreccio di mani, supporti, media e asimmetrie di potere che presiede alla produzione e alla sopravvivenza delle opere. Per farlo, ANCILLA assume come nucleo principale un laboratorio archivistico d’eccezione: il corpus manoscritto e documentario della relazione fra Catherine Pozzi e Paul Valéry. Le loro vicende sentimentali, ampiamente documentate fra il 1920 e il 1928, hanno in parte oscurato tre cantieri collaborativi assai meno studiati. Il primo è costituito dai quaderni da conversazione, nei quali Pozzi trascrive gli scambi filosofici, matematici, linguistici ed erotici avuti con Valéry, mentre quest’ultimo vi interviene con scrittura, disegno o dettato. Il secondo riguarda la genesi incrociata della novella Agnès e dell’inedito valéryano Agar-Rachel-Sophie, che apre il problema della ripresa, della riscrittura e del sospetto di plagio. Il terzo concerne il progetto di sistematizzazione dei Cahiers, affidato da Valéry a Pozzi a partire dal 1924: un lavoro di selezione, classificazione, copia e commento che investe decine di migliaia di pagine e che Pozzi affronta come un vero dispositivo interpretativo. In più occasioni questi tre cantieri si sovrappongono, sia cronologicamente sia materialmente, sulle stesse carte. Il diario, per entrambi, non è soltanto supporto della scrittura privata, ma spazio di passaggio fra riflessione personale, elaborazione critica e produzione letteraria.
A questo nucleo principale il progetto affianca un secondo caso, più circoscritto ma teoricamente decisivo: il rapporto fra Gertrud Bing e Aby Warburg, osservato non sul terreno della coautorialità letteraria, bensì su quello della memoria archivistica, dell’ordinamento documentario e della sopravvivenza dell’opera. Negli ultimi anni di Warburg, fra il 1926 e il 1929, Bing fu la sua collaboratrice più stretta; dopo la morte dello studioso ne assunse di fatto il ruolo di literary executor, curando con Fritz Saxl le Gesammelte Schriften del 1932. Il suo intervento fu inoltre decisivo nella salvaguardia della Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg, nel trasferimento dell’Istituto a Londra e, più tardi, nella sua riorganizzazione secondo l’architettura concettuale voluta da Warburg. Anche rispetto all’Atlante Mnemosyne, Bing non svolse una funzione meramente ancillare: ne accompagnò la gestazione e contribuì in modo sostanziale alla conservazione, alla trasmissione e alla leggibilità dell’eredità warburghiana.
La domanda scientifica che guida il progetto è la seguente: che cosa accade all’autorialità, all’intenzionalità e all’agentività testuale quando la scrittura e la memoria delle opere emergono da una collaborazione asimmetrica e materialmente stratificata? Da questa domanda derivano quattro obiettivi. In primo luogo, ricostruire le forme concrete della collaborazione intellettuale nei due dossier, descrivendo i gesti materiali (copia, annotazione, riordino, dettato, selezione, commento, conservazione) attraverso cui si producono testo e memoria. In secondo luogo, ridefinire l’autorialità come funzione distribuita e relazionale, mettendo in crisi la gerarchia filologica che separa gli interventi autografi e creativi da altri allografi e considerati secondari o esecutivi. In terzo luogo, mostrare che manoscritti, carte di lavoro e dispositivi d’archivio non sono supporti neutrali o semplici stadi preparatori, ma agenti epistemici capaci di generare senso, organizzare la leggibilità e orientare la trasmissione. Infine, elaborare un modello comparativo per lo studio delle mediazioni intellettuali scarsamente riconosciute, in particolare di quelle forme di lavoro editoriale e documentario che la storia letteraria ha a lungo marginalizzato o femminilizzato.
Sul piano metodologico, ANCILLA combina critica genetica, letterature comparate, studi di genere e sociologia della coppia. Il lavoro si concentrerà su un corpus delimitato di quaderni, lettere, appunti, materiali editoriali e documenti di ordinamento, descritti tanto nei loro contenuti testuali quanto nelle loro caratteristiche materiali: supporto, impaginazione, strumenti scrittori, stratificazione degli interventi, rapporti fra tracce autografe e allografe. L’obiettivo non è accumulare esempi, ma produrre una ricostruzione precisa di come il significato letterario e la sopravvivenza documentaria si formino attraverso atti di mediazione spesso rimossi dal racconto canonico.
Il risultato atteso è duplice. Da un lato, il progetto offrirà la prima ricostruzione integrata del dossier Pozzi–Valéry come sito di co-produzione testuale, e non soltanto di influenza o accompagnamento. Dall’altro, grazie al confronto con il caso Bing–Warburg, ANCILLA mostrerà come la costruzione della memoria archivistica e dell’eredità editoriale faccia parte a pieno titolo della produzione culturale. In questo modo, il progetto intende intervenire non solo negli studi modernisti, ma nei fondamenti stessi della filologia e della storia letteraria, rendendo visibile il lavoro nascosto attraverso cui testi, archivi e opere diventano leggibili, trasmissibili e canonizzabili.
Coordinatore (PI): Matilde Manara